4 NEW YORK

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13 - 24 maggio 2012

WANTED! 

Per chi si stesse chiedendo: “Che fine hanno fatto quelli di 4 New York?”, eccoci qua, in tutto il nostro splendore (?..)
E’ vero, vi abbiamo lasciati così, improvvisamente orfani delle nostre scorribande nella Grande Mela.
La verità è che, dopo 4 New York, avremmo avuto tutti bisogno di una bella vacanza. 
Una VERA vacanza – perché, siòri e siòre, sappiate che New York NON lo è stata – , chiappe all’aria e Spritz in mano su una spiaggia a millemilakm dalla connessione wi-fi più vicina, rigorosamente ognuno per fatti suoi (della serie: raga’, vi voglio bene, ma ora detox).
E invece..

L’America è lontana, dall’altra parte della luna.
La gente che ti ferma per strada e ti chiede: “Allora? Com’è andata a NY?”
Tu li guardi, lì per lì non capisci, occhi vitrei sfondati dal jet lag, poi fai mente locale: “Ah, 4 New York! Ah, già.. Bene, grazie!”, e ti ricordi che hai ancora 90Gb di materiale da sbobinare, sistemare, montare e pubblicare.
Tra le altre cose.
Sì, perché, back to reality, la quantità di lavoro è tornata direttamente proporzionale alla quantità di sole (e caldo) fuori dalla finestra. 
Trincerarsi in casa con le persiane sbarrate, facendo finta che fuori sia inverno, non aiuta. E tentare di lavorare dal mare – crema solare in una mano e Mac Book Pro nell’altra - ancor meno.
E se è vero che il lavoro nobilita, il cliente debilita, più di quanto non faccia il jet lag.
Ma ci siamo. Stiamo tornando. 
Quindi, stay tuned, perché abbiamo un folder pieno pieno di roba.

— 11 months ago with 1 note

IN THEIR SHOES // PART THREE

— 11 months ago with 1 note

4 DAYS AFTER // BACKup

A 4 giorni dal rientro in Italia ancora non ho sconfitto il jet-lag. 
Alle 2 di mattina mi sveglio pronto per fare colazione con pancake e frittelle. Il mio corpo non voleva tornare e si è portato in Italia un piccolo rimasuglio di Manhattan.

Tutto sommato NY non è male. Notevole direi. ENORME. La più bella città che abbia mai visto, per ora. Non tanto per quello che c’è, ma per come lo si fa. E’ una città nuova, con un passato recente che ha meno importanza del presente e del futuro. 
Si ha l’impressione che sia stata costruita dai New Yorkesi per loro, esattamente come la volevano. Ogni zona di Manhattan, ogni quartiere è una stanza diversa di casa loro, ma pur sempre la loro casa. 
Immagina di fuggire da una città per costruirne una tua. Quella è NY. La senti subito tua e hai voglia di appartenerle. E’ preziosa e tutti ne hanno cura. E’ vietato fumare dentro Central Park, ma sono quasi certo che nessun Newyorkese lo sa, eppure nessuno fuma. Ed è così per ogni cosa.
Forse te ne accorgi soprattutto quando la vivi. 10 giorni di lavoro intenso è un modo per vivere la city non da turisti. I giorni di 4 New York a Manhattan sono stati pesanti, al limite della progettualità, sempre sotto pressione, costantemente in urgenza. Un lavoro impossibile se fatto individualmente.
Un’idea che in meno di un mese si è concretizzata in un progetto di cui nessuno aveva avuto esperienza prima è il primo passo verso bivi infiniti, tutti percorribili. Ci siamo lanciati verso un obiettivo quasi sconosciuto fondendo le nostre idee e capacità, curiosi più che spaventati di fronte a qualcosa di indefinito, ma cool. E’ stata una mossa in spirito americano. E sta funzionando.

Andrea

A un giorno dalla partenza per NY il mio status di facebook recitava: “we’ve been together many times, but I am excited as if it were a first date”.
Perché New York è così: affezionata e imprevedibile.
Non disattende mai le aspettative, ma riesce sempre a sorprendermi con qualcosa di nuovo, unico.
Sono stata a NY da turista, da studentessa, da lavoratrice. Sono tornata questa volta come parte di un gruppo di 4 ragazzi che hanno deciso di dimostrare, a se stessi in primis, che con grinta ed entusiasmo si può ancora pensare di potersi costruire un futuro non fatto di rinunce e disfattismo, alla faccia della crisi, ma di buona volontà e passione. Basta cominciare. Al grido di “make your passion your profession” siamo partiti alla volta di New York con una scaletta di cose da fare/persone da vedere e, come (im)previsto la città ci ha accontentati e regalato anche molto altro. Dal caffè a Balthazar con una mia ex collega risentita per caso, alla chiacchierata con James Franco, fino alla corsa in taxi per tutta Manhattan alle 3 di notte a ritmo di Gotye. New York si è fatta riconoscere ancora una volta, lasciandosi sbirciare dentro sempre un po di più.
Come nelle migliori storie d’amore.

Camilla

Sono passati ormai tre giorni, o forse 4? Non so, il jet-lag mi ha parecchio sballottato. Comunque, sono tornato, è ufficiale. 
I primi giorni subito dopo il ritorno da un grande viaggio sono un continuo raccontare, fare resoconti e riambientarsi. Ecco, la cosa più dolorosa per quanto riguardo QUESTO viaggio è, appunto, il doversi riambientare, svegliarsi la mattina e rendersi conto di non essere più a New York, dall’altra parte del mondo. 
Incominci così a pensare e a mettere in relazione ogni particolare alla tua “nuova” ma pur sempre famigliare aria di casa. 
Tutto è più piccolo, non ci sono più i grattacieli che ti fanno ombra, i taxi non sono più gialli e non sfrecciano alla velocità di un’onda verde e Chelsea con le sue gallerie è ben lontana dalla nostra realtà.
L’esperienza nella grande mela è stata un film, un film che sono ora orgoglioso di aver registrato nella mente e che, grazie alla mia macchina fotografica, potrò godermi ogni volta che vorrò. 
Lavoro e divertimento sono stati il giusto mix di questo viaggio perfetto in compagnia di tre persone splendide.

Fabio

La verità è che a New York puoi anche stare 10 giorni seduto su un marciapiede di Soho a guardare le scarpe della gente che passa e stai sicuro che ti sei già ripagato il biglietto.
Sì, perché alla mia terza volta a New York ho capito questo: la vera figata di New York sono i Newyorkesi. Quell’aria fiera e so cool, di chi si muove in una città così pazzesca con la stessa disinvoltura e infallibilità con cui apre la porta di casa.
New York, questa volta, non l’ho vista. L’ho vissuta. 
Mi ci svegliavo dentro la mattina e mi ci addormentavo sopra la sera, distrutta. 
Ripenso a una frase che ci ha detto Stefan Boublil durante la nostra intervista-chiacchierata: il vero rischio che corri a New York è quello di confonderti nelle storie degli altri, di intrecciarti in quella gigantesca sceneggiatura che è Manhattan e non volerne più uscire.  
A quattro giorni dal rientro, ripenso a tutte le storie a cui ho preso parte: i due ragazzi, voce e chitarra, che suonavano nel giardinetto di Soho, il cameriere-modello del ristorante greco nel Lower East Side, il portiere del nostro appartamento che non è mai stato in Italia e vorrebbe tanto portarci sua moglie per il compleanno, i ragazzotti in birra & costume che prendevano il sole sui terrazzini della High Line, in quella giornata dal cielo sconfinato. 
E, soprattutto, ripenso alla nostra storia. Quella di Andri, della Cami, del Bio e della Vitto che, un bel giorno, hanno deciso di andare a New York in nome di una progettualità sempre più urgente, di un bisogno di condivisione, della necessità di un racconto. Perché l’importante è iniziare: “l’audacia ha in sè genio, potere e magia”.

Vittoria
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— 11 months ago

WHAT’S UP IN NYC

(Source: vimeo.com)

— 12 months ago

INTIMACY

”..io appunto mi trovo qui senza un qui né un altrove, riconoscibile come estraneo dai non estranei almeno quanto i non estranei sono da me riconoscibili e invidiati. Sì, invidiati. Sto guardando dal di fuori la vita d’una sera qualsiasi in una piccola città qualsiasi, e mi rendo conto d’essere tagliato fuori dalle sere qualsiasi per chissà quanto tempo, e penso a migliaia di città come questa, a centinaia di migliaia di locali illuminati dove a quest’ora la gente lascia che scenda il buio della sera, e non ha per la testa nessuno dei pensieri che ho io, magari ne avrà altri che non saranno affatto invidiabili, ma in questo momento sarei pronto a fare il cambio con chiunque di loro.”
Italo Calvino, Se una notte d’inverno un viaggiatore

— 12 months ago with 9 notes

IN THEIR SHOES // PART TWO

— 1 year ago
DAY 10 // GOD BLESS AMERICA.

Questa è una storia d’amore e di fiducia.

L’ANTEFATTO 

Ieri, a Manhattan, pioveva che Dio la mandava. 
Come al solito, avevamo dormito quelle 3-4 ore.
Come al solito, caffè da Starbucks per riprenderci.
Ma ieri mattina ero (Vittoria) più assonnata e rincoglionita del solito.
Tanto da infilare in borsa una bottiglia d’acqua. Aperta.
Me ne accorgo quasi subito ma, sul momento, non do molto peso alla cosa,
asciugo e via.
3 ore dopo, tra gli stand del Wanted Design, succede qualcosa. 
Qualcosa di terribile.
Mentre navigavo serenamente su Safari, lo schermo dell’iPhone si oscura. 
Penso: “Ok, sarà un black-out momentaneo, si riprenderà, è un iPhone”.
Provo a riaccenderlo. Non si riaccende. 
Capisco che c’è qualcosa che non funziona. 
Vuoi vedere che.. l’acqua nella borsa?!
Panico. 
Lo tocco. E’ bagnato. E il vetrino della telecamera è appannato. 
Faccio mente locale. Visualizzo l’iPhone in una pozzetta d’acqua, nella tasca interna della borsa.
Capisco che è grave.
E qui accade il primo episodio d’amore.
Un tizio sconosciuto, dall’altro lato della stanza, deve avermi visto scuotere l’iPhone come non si dovrebbe fare con un iPhone.
E deve anche aver visto il dramma nascente nei miei occhi. 
Mi si avvicina e, con voce gentile e suadente, mi dice: “Se ti è entrata l’acqua nel telefono, in bagno c’è un phon, prova ad asciugarlo”.
Grazie, buon uomo, grazie. Tu sei un genio. 
Corro in bagno con la Cami. 
Ci mettiamo ad asciugare l’iPhon. Col Phon.
Dopo una mezz’ora, la melina si accende. Evviva! Rifunziona!
Ma è un fuoco fatuo. 5 minuti dopo si spegne. Per sempre.
“Ok, sono in America” , penso,  “domani lo porto all’Apple Store e me lo aggiustano DI SICURO. Se non qui, dove?!”

DAY AFTER (oggi)

All’Apple Store accadono cose magnifiche.
Appena entri, gli omini e le donnine blu della Apple ti vengono incontro con un sorriso così rassicurante che neanche quello di tua madre.
Ti chiedono qual è il problema, ti ascoltano, ti comprendono e ti fissano subito un appuntamento alla Genius Bar.
Bene, qualunque cosa sia la Genius Bar, prendo appuntamento per le 15.10. 
Il tempo di un panino e ritorno.
Secondo episodio d’amore: l’incontro con i Genius.
Al piano inferiore dell’Apple Store, una stanza brulicante di nerd che sono lì per adempiere a una sola missione: RISOLVERE IL TUO PROBLEMA.
Una donnina-nerd mi si avvicina, mi chiede se ho un appuntamento, le rispondo: “Sì”, lei mi dice: “Bene, accomodati qui, presto verrà qualcuno ad AIUTARTI”.
Mi accomodo a una postazione. Cazzeggio un po’ su facebook, per ingannare l’attesa e quel senso di presagio funesto.
10 minuti dopo lo vedo arrivare: il mio Apple-nerd si chiama Jason. 
Bruttino, brufoloso, con un ciuffo ingellato sulla fronte: era il mio super-eroe.
Bene Jason, io ho un problema. Il mio iPhone non si accende più (naturalmente glisso sul fatto che mi ci si è rovesciato mezzo litro d’acqua sopra il giorno prima). 
Lui mi guarda. Mi sorride. Prende in mano con cura il mio cadaverino. Mi dice che ci pensa lui. Io sento di amarlo. 
Jason scompare dietro a una porta e io lo aspetto. Lo aspetto. Come nella sala d’attesa di un ospedale. 
Tutta la mia vita-Apple mi passa davanti: lo screensaver con Napo, l’iconcina di whatsapp, il mio contratto di abbonamento, la mia bellissima custodia appena comprata..
Eccolo. Jason riappare.
Cerco di scorgere un qualche segnale di fiducia nei suoi occhi. Ma niente. 
Ammicco un po’, sperando di incoraggiarlo a sorridermi. Ma niente. Non sorride.
No, Jason, ti prego, non farlo, non dirmelo. 
Ma lo fa: scuote la testa. “E’ rotto. Ci è entrata l’acqua. Non lo possiamo aggiustare”.
Un meteorite addosso. 
E adesso?
“Adesso lo possiamo cambiare. Tu ci dai indietro il tuo che non funziona e noi te ne diamo uno nuovo, pronto e configurato con tutti i tuoi dati in 10 minuti. Purtroppo sei fuori garanzia, quindi l’operazione di commutazione ti costerà 160$”.
10 minuti. 160$. Mi sembrano numeri ragionevoli per un iPhone. 
E poi mi fidavo di Jason.
10 minuti dopo esco un iPhone nuovo di pacca.


Ah, se il mondo funzionasse come un Apple Store.
(però una volta un Nokia m’è finito in lavatrice e, dopo essere stato centrifugato, ancora funzionava).

— 1 year ago

DAY 9 // WANTED DESIGN.
Come a dire: Design, fortissimamente design.
Al 269 della 11th avenue, in contemporanea con l’ICFF qualche padiglione più in là, si svolge un evento parallelo, meno fiera, più lab, meno “sales”, più “discoursive”.
Arrivato alla seconda edizione, il Wanted Design è il Fuorisalone newyorkese.
E’ qui che, richiamandoci all’intervista di Stefan Boublil, si sente l’urgenza di una ricerca, di una sperimentazione o, semplicemente, di una comunicazione.
Tavoli da pic nic per interni (leggi: l’erba al posto della tovaglia, l’esperienza dell’outdoor nell’indoor), bicchieri che favoriscono la socialità, sedie dagli arti ipertrofici e la sedia-teschio ( “just another chair” o l’ultima sedia?), originali e insoliti esempi di urban gardening (la pianta che, se correttamente annaffiata, genera elettricità e l’orto “appeso” alla parete della cucina).
Quel grido, quel “Wanted!”, rappresenta, forse, la volontà di riappropriarsi del Design nel suo significato più autentico, quello che vive (sempre meno) fuori dalle fiere di settore e sempre più nella testa di chi sa immaginare e raccontare con gli oggetti per necessità.

— 1 year ago

E’ iniziato l’ICFF, l’International Contemporary Furniture Fair, that is: il Salone del Mobile di New York.
Primissima impressione: più una vera e propria fiera per il Trade che un Salone “di tendenze”, pochi i giovani e molte - troppe - le sedie (compresa quella di Philippe Stark).
Diamo qualche tips sui progetti più interessanti.  ►

— 1 year ago

SEEN @ ICFF // Singoli moduli che generano funzione nel momento in cui diventano struttura aggregata. 
Questo tavolo si caratterizza per le forme geometriche ripetute e l’interattività funzionale e decorativa: la leggerezza del legno consente di cambiarne la forma con un dito.

— 1 year ago

SEEN @ ICFF // La libreria allo stand Walltech è un oggetto altamente decorativo per la forte caratterizzazione cromatica e la profondità scultorea.
La sua anima è una griglia in metallo, attraversata da listelli di legno colorati, allungabili ed estraibili. 
Dalla decorazione nasce la funzione: è proprio l’interazione ludica con l’oggetto a trasformarlo in una libreria personalizzabile, i cui ripiani sono modificabili a piacimento del soggetto. Forma e funzione si compenetrano e si richiamano continuamente, in un processo interattivo e scultoreo potenzialmente infinito.

— 1 year ago

SEEN @ ICFF // Con Tweet, Ji-In Kim ha voluto rappresentare, metaforicamente, un momento di riappropriazione da parte dell’uomo della sua libertà, intesa come sottrazione alla routine e al caos cittadino.
Il suo sgabello per esterni è, infatti, una gabbia per uccelli che proietta al suo interno l’ombra di un volatile.
Nel momento in cui la persona interagisce con l’oggetto, sedendovisi sopra, il filtro della luce viene bloccato e l’ombra del volatile scompare, come se l’animale volasse via, fuori dalla gabbia.
La funzione dell’oggetto si compie utilizzando e appropriandosi dell’oggetto stesso: l’oggetto è in sé necessario (la gabbia per uccelli) ma, al tempo stesso, presuppone l’uso e l’interazione per sua la piena significazione.

— 1 year ago

DAY 7 // RUTA REIFEN @ ALL CITY ALL STARS CORE77

— 1 year ago

DAY 7 // ALL CITY ALL STARS CORE77

In occasione della settimana del Salone del Mobile, Core 77, uno dei principali magazine e portali di riferimento internazionali per il design e l’architettura, ha chiamato a raccolta tutti i giovani artisti newyorkesi per rappresentare e dare voce alla loro città.

ALL CITY ALL STARS è l’esibizione dei 35 progetti che, più di tutti, hanno saputo interpretare lo spazio della città di New York intesa in tutti i suoi quartieri (Manhattan, Brooklyn, Queens, Bronx, Staten Island) negoziando tecnologie, materiali, possibilità espressive.
35 voci giovani, diverse, autentiche, investigative e interrogatorie per raccontare altrettante storie “cittadine”: dall’auto-cannibalizzazione del pop alla cultura della “ciclabilità”, dalla estremizzazione artificiale del concetto di naturale al tema della sostenibilità ambientale.

— 1 year ago
DAY 6 // SNEAK-PEEK INTO STEFAN BOUBLIL

Creative Director at The Apartment Creative Agency

Partner at Meet at The Apartment

Editorial Director at the apartment broadcast

I pride myself for the fact that I have no idea of what i’m doing. I am not a trained architect, I’m not a trained designer, I’ve never studied what I currently do, and I think that this brings me that certain naive approach to projects.”

 ”Europeans not just believe but understand the idea of uniting functionality with beauty. It’s not something that europenas do, it’s something that they are, whereas in america it’s a choice.”

“The idea was to democratize design to a point where people didn’t see each object as precious art, but they saw it as an object they could fit in their own home.”

“Designers design because they can, not because they must. And I thinks designers should design more because they must: when they wake up in the morning and they have this idea it has to be something they can not live without, not another coaster.”

“Making things beautiful it’s really the easiest part of design, making them meaningful is the most hard part.”



INTERVIEW COMING SOON

— 1 year ago